lunedì 4 maggio 2009

Fate che esista solo l'amore

Cominciamo dalla fine. Anzi, dalla fine eterna degli eterni déi, come fa dire Wagner alla prima scena del Primo atto del Crepuscolo degli Dei alle norme tessitrici del destino universale.

L’ultima giornata del “ring” ha concluso in modo trionfale con 15 minuti di applausi, l’allestimento coprodotto da Firenze e Valencia che ha visto la regia del gruppo catalano La fura dels baus e la direzione di Zubin Mehta.

Se ci sono delle serate in cui si capisce quale peso possa avere nella vita della persone, più che la Musica, l’arte, la stessa Vita, l’origine della nostra cultura, questa è proprio una di queste.

Dove tutto unisce anche cose opposte fra loro, l’antico e il moderno, le cose alte e quelle meschine, il sacro e il profano-

Il motivo della redenzione che appare per pochissime volte durante il Ring e mai nel crepuscolo, esposto in modo struggente dagli archi emerge con fatica, ma alla fine assurge a essere quello vittorioso sugli altri motivi (sul tema fiammeggiante di loge, su quello delle figlie del Reno, su quello del Walhalla, ecc) nel finale e ci fa capire il vero messaggio di Wagner, che i registi della Fura dels baus, ci fanno leggere a caratteri cubitali su grandi schermi.

Si tratta dell’appendice all’olocausto di Brunnhilde, che Wagner fu molto incerto se inserire nell’ultima scena dell’opera e che poi optò infine per essere comunque inserito in una appendice al testo dell’opera.

Recita più o meno così (cito a memoria): non oro, né possanza, né onori, ……..non di patti ipocrita legge……., lasciate che beati nella gioia e nel dolore, esista solo l’amore.

Ecco il trionfo dell’amore, anche con il sacrificio di sé o di chi si ama, sull’oro maledetto, sulla brama di potere, sulla dura legge formale, sulla viltà, sull’odio e sulla cupidigia degli uomini che rinnegano l’amore.

Non ci potevano essere parole migliori per suggellare l’ultima giornata dell’Anello del Nibelungo, dopo la redenzione di Brunnhilde e il suo sacrificio che restituisce ai legittimi proprietari, cioè le figlie del reno, l’oro maledetto che ha lasciato dietro di sé tante morte fra le quali addirittura quelle degli stessi Dei che si sono macchiati delle stesse colpe degli uomini.

Il cerchio, simboleggiato e non è un caso, dall’anello si chiude con il ritorno dell’oro sul fondo del fiume sacro.

La direzione di Mehta, cangiante per intensità e colore, fa emergere con chiarezza e significatività i temi e la loro connotazione: non avevamo mai sentito così terribile il tema di Hagen e del suo annientamento, né Gutrune ci era sembrata così insignificante con quel suo tema aggraziato esposto dai legni che però dura lo spazio di poche battute e subito si scorda.

Né la prima scena del prologo con le tre norme, così misteriosa e poi sconsolata…

Una direzione appunto caleidoscopidale, ora fiammeggiante ed intensa, ora lirica a seconda dei personaggi che va connotando. Certi sporadici cali di tensione dell’orchestra dipendono a mio modo di vedere dalla scarsa abitudine delle nostre orchestre a confrontarsi così a lungo con le lunghezze wagneriane e forse, non dimenticando che questo era il debutto del Gotterdammerung a differenza delle altre opere “provate” prima a Valencia, risulta anche dalla mancanza di qualche prova in più.

Comunque, a parte questi dettagli che sono trascurabili in una serata come quella di ieri, credo che oggi tra i direttori Wagneriani, nessuna possa competere con la fantasia e la resa teatrale del direttore indiano (almeno fra quelli che conosco) e nella sua ricerca non dei facili effetti ma della resa della naturalezza del testo musicale e drammaturgico dei capolavori del genio tedesco.

I cantanti sono tutti degni di lode, soprattutto tre: il Siegfried molto intenso, scattante e preciso del tenore Lance Ryan (al suo debutto nel ruolo) e della Brunnhilde efficace e dalla voce robusta della Jennifer Wilson e infine del cattivo Hagen, voce possente e partecipe di Hans Peter Konig.

Sulla scenografia e sulla fantastica regia (nel senso di molto fantasiosa, quasi onirica) degli spagnoli “fureri” si può osservare che qui disegnano un mondo leggermente diverso da quello delle opere precedenti, pur rimanendo la stessa matrice comune delle immagini sui grandi schermi e sugli effetti speciali che però in questa opera riempiono più la scena: il reno è diventato verdastro, ci sono bottiglie e detriti nel fiume (simbolo della società dei consumi che ha contaminato l’ambiente), le giacche di Hagen hanno simboli di denaro (lo yen, l’euro) e sugli schermi video della reggia dei ghibicunghi circolano numeri e conteggi, simbolo del capitale finanziario…

La scena vede poi oltre alla presenza di un imponente coro di uomini e donne, anche macchine nuove, per esempio come la barca di Siegfrid.

Non mancano poi riferimenti a accadimenti contemporanei: il corteo funebre dell’eroe walside passando dalla platea è ammantato di un tessuto e ricorda vagamente il ricordo delle immagini di un funerale palestinese.

Dopo la conclusione dell’opera clima di festa con gli artisti tutti applauditi dai fiorentini e dalle numerosi giornalisti e inviati anche internazionali presenti per l’occasione.

Inoltre, ieri cadeva il 73° compleanno di Zubin Mehta e il maestro è stato giustamente festeggiato da coro, orchestra e pubblico.

In complesso uno degli spettacoli che più rappresentano l’eccellenza del Maggio, anche in tempi purtroppo in cui la cultura musicale nel nostro paese vive (ma spero proprio di sbagliarmi) il suo crepuscolo.


giovedì 8 gennaio 2009

Scusate il .....ritardo

Anche se in ritardo, volevo rivolgere a tutti i migliori Auguri per un sereno 2009

mercoledì 31 dicembre 2008

Nuovo sondaggio: baritoni

Dopo il sondaggio sui soprani, che ha visto l'affermazione di Mariella Devia, ecco una nuova indagine, questa volta sui baritoni.

lunedì 8 dicembre 2008

IL MORO E L'INFANTE

Si conclude con una vittoria ai punti della capitale l'appassionante match di Sant'Ambrogio tra l'Opera di Roma e la Scala di Milano. L'Otello romano si avvantaggia della direzione di Riccardo Muti, come sempre abilissimo nell'individuare i contorni stilistici della partitura, nel delineare le varie situazioni drammatiche e, soprattutto, nell'assicurare un ritmo teatrale incandescente all'esecuzione. Orchestra e Coro dell'Opera raggiungono un livello superiore al loro abituale standard. Purtroppo nessuno dei protagonisti - Aleksandrs Antonenko, Otello, Marina Poplavskya, Desdemona, e Giovanni Meoni, Jago - riesce a rendere piena giustizia alla sua parte, chi per evidenti limiti tecnici, come il tenore e il soprano, chi per carenza di spessore ed accento, il baritono. Nel Don Carlo meneghino, viceversa, troviamo alcuni interpreti efficaci come il sempre autorevole Ferruccio Furlanetto, Filippo II, la grintosa Dolora Zajick, Eboli, la delicata Fiorenza Cedolins, un'Elisabetta di Valois fragile ma capace di suscitare emozione soprattutto nella grande aria del quarto atto "Tu che le vanità". Non al livello che si auspicherebbe da un teatro d'eccellenza nazionale Stuart Neill, Don Carlo, Dalibor Janis, Rodrigo, e Anatolij Kotcherga, un Grande Inquisitore in perenne crisi d'intonazione. A colare a picco la serata è la direzione plumbea, pesante, senza teatralità di Daniele Gatti, accolto da sonori dissensi ai suoi ritorni sul podio e all'uscita finale in palcoscenico. Orchestra e Coro della Scala sono ben lontani quanto a colore del suono e precisione d'esecuzione da non molti anni fa.

ps: queste impressioni sono originate dall'ascolto delle dirette radiofoniche e quindi possono essere totalmente sbagliate.

martedì 2 dicembre 2008

Fortunato l'uom che prende ogni cosa pel buon verso....

In questi giorni, uno che abita a Firenze o comunque nel CentroNord italia, poteva gustarsi in una settimana e con poche ore di viaggio, il Fidelio diretto da Claudio Abbado a Ferrara, il Siegfried concertato da Zubin Mehta a Firenze e l'Otello con l'intepretazione di Riccardo Muti a Roma.
Non male, eh?
C'è chi non ha questo privilegio.....Ricordiamocene ogni tanto.
Da una parte i tagli (vergognosi) alla cultura, dall'altra tanta musica diretta dalle grandi bacchette dei nostri giorni.

venerdì 28 novembre 2008

Zubin e i suoi


Riascoltando la registrazione solo audio del Siegfried sono rimasto ancora più impressionato dalla bontà della prestazione dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.
Considerando che è un repertorio ostico per un orchestra italiana, sia pure di grande livello come la nostra, non c'è che da essere orgogliosi della prova dei musicisti e naturalmente di Zubin Mehta, che mai come questa volta mi ha entusiasmato con la sua direzione calda, partecipe ma sempre attenta anche ai dettagli.
Grazie Maestro e un grande Bravo ai musicisti !
Sarebbe bello riuscire a vedere a Firenze tutto questo Ring della Fura dels Baus in una sola settimana !

mercoledì 26 novembre 2008

Le piace Brahms......?


Ieri sera al Teatro Comunale il I° concerto del "ciclo Brahms" con il Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 e la Sinfonia n. 1 op. 68; L'Orchestra del maggio musicale fiorentino era diretta da Zubin Mehta.
Il pianoforte solista era affidato a Rudolf Buchbinder.
Serata fra luci ed ombre: se da un lato il pianismo di Buchbinder è sicuro e robusto, certo non offre particolari motivi di riflessione personali. Tutto sembra scorrere senza "nuances", anche se la tecnica piuttosto brillante del pianista austriaco non è cosa che si ascolta tutti i giorni !
Il direttore onorario del Maggio invece concerta con qualche sprazzo di tenerezza (II° movimento), ma non è immune da tollerare un appesantimento da parte dell'orchestra soprattutto nell'inizio del Concerto.
Di altro livello la direzione della Prima sinfonia, dove Mehta, con un dosaggio dei tempi vigorosi e una brillantezza orchestrale (soprattutto dei corni, fiati e ottoni, davvero in grande forma), opta per una visione molto solare e un classicismo quasi "muscolare" del sinfonismo Brahmsiano.
Lo scarso equilibrio fra gli strumenti a fiato e gli archi (a favore dei primi sui secondi) mi ha destato qualche perplessità, ma onestamente non so se questo sia imputabile alla disgraziata acustica del nostro Teatro o a precise scelte interpretative.
A chi invece preferisce una visione più sfumata, con tempi indugianti e maggiore distensione delle grandi melodie romantiche (valga per tutti l'esempio del corale dell'ultimo movimento), lascio il ricordo di quanto ascoltato in questo Teatro nel 1989, fortunatamente documentato da qualche registrazione amatoriale, nella quale Carlo Maria Giulini, in questo repertorio, aveva ben pochi e blasonatissimi rivali.....
Comunque successo di pubblico :da parte mia c'è una grande curiosità per i prossimi concerti brahmsiani di Mehta per verificare se questa visione (che si rifà a mio avviso ad un altro grande direttore del passato Guido Cantelli ) del grande maestro indiano verrà in qualche modo confermata o meno.
Intanto stasera mi bisso il Siegfried.....