Cominciamo dalla fine. Anzi, dalla fine eterna degli eterni déi, come fa dire Wagner alla prima scena del Primo atto del Crepuscolo degli Dei alle norme tessitrici del destino universale.
L’ultima giornata del “ring” ha concluso in modo trionfale con 15 minuti di applausi, l’allestimento coprodotto da Firenze e Valencia che ha visto la regia del gruppo catalano La fura dels baus e la direzione di Zubin Mehta.
Se ci sono delle serate in cui si capisce quale peso possa avere nella vita della persone, più che la Musica, l’arte, la stessa Vita, l’origine della nostra cultura, questa è proprio una di queste.
Dove tutto unisce anche cose opposte fra loro, l’antico e il moderno, le cose alte e quelle meschine, il sacro e il profano-
Il motivo della redenzione che appare per pochissime volte durante il Ring e mai nel crepuscolo, esposto in modo struggente dagli archi emerge con fatica, ma alla fine assurge a essere quello vittorioso sugli altri motivi (sul tema fiammeggiante di loge, su quello delle figlie del Reno, su quello del Walhalla, ecc) nel finale e ci fa capire il vero messaggio di Wagner, che i registi della Fura dels baus, ci fanno leggere a caratteri cubitali su grandi schermi.
Si tratta dell’appendice all’olocausto di Brunnhilde, che Wagner fu molto incerto se inserire nell’ultima scena dell’opera e che poi optò infine per essere comunque inserito in una appendice al testo dell’opera.
Recita più o meno così (cito a memoria): non oro, né possanza, né onori, ……..non di patti ipocrita legge……., lasciate che beati nella gioia e nel dolore, esista solo l’amore.
Ecco il trionfo dell’amore, anche con il sacrificio di sé o di chi si ama, sull’oro maledetto, sulla brama di potere, sulla dura legge formale, sulla viltà, sull’odio e sulla cupidigia degli uomini che rinnegano l’amore.
Non ci potevano essere parole migliori per suggellare l’ultima giornata dell’Anello del Nibelungo, dopo la redenzione di Brunnhilde e il suo sacrificio che restituisce ai legittimi proprietari, cioè le figlie del reno, l’oro maledetto che ha lasciato dietro di sé tante morte fra le quali addirittura quelle degli stessi Dei che si sono macchiati delle stesse colpe degli uomini.
Il cerchio, simboleggiato e non è un caso, dall’anello si chiude con il ritorno dell’oro sul fondo del fiume sacro.
La direzione di Mehta, cangiante per intensità e colore, fa emergere con chiarezza e significatività i temi e la loro connotazione: non avevamo mai sentito così terribile il tema di Hagen e del suo annientamento, né Gutrune ci era sembrata così insignificante con quel suo tema aggraziato esposto dai legni che però dura lo spazio di poche battute e subito si scorda.
Né la prima scena del prologo con le tre norme, così misteriosa e poi sconsolata…
Una direzione appunto caleidoscopidale, ora fiammeggiante ed intensa, ora lirica a seconda dei personaggi che va connotando. Certi sporadici cali di tensione dell’orchestra dipendono a mio modo di vedere dalla scarsa abitudine delle nostre orchestre a confrontarsi così a lungo con le lunghezze wagneriane e forse, non dimenticando che questo era il debutto del Gotterdammerung a differenza delle altre opere “provate” prima a Valencia, risulta anche dalla mancanza di qualche prova in più.
Comunque, a parte questi dettagli che sono trascurabili in una serata come quella di ieri, credo che oggi tra i direttori Wagneriani, nessuna possa competere con la fantasia e la resa teatrale del direttore indiano (almeno fra quelli che conosco) e nella sua ricerca non dei facili effetti ma della resa della naturalezza del testo musicale e drammaturgico dei capolavori del genio tedesco.
I cantanti sono tutti degni di lode, soprattutto tre: il Siegfried molto intenso, scattante e preciso del tenore Lance Ryan (al suo debutto nel ruolo) e della Brunnhilde efficace e dalla voce robusta della Jennifer Wilson e infine del cattivo Hagen, voce possente e partecipe di Hans Peter Konig.
Sulla scenografia e sulla fantastica regia (nel senso di molto fantasiosa, quasi onirica) degli spagnoli “fureri” si può osservare che qui disegnano un mondo leggermente diverso da quello delle opere precedenti, pur rimanendo la stessa matrice comune delle immagini sui grandi schermi e sugli effetti speciali che però in questa opera riempiono più la scena: il reno è diventato verdastro, ci sono bottiglie e detriti nel fiume (simbolo della società dei consumi che ha contaminato l’ambiente), le giacche di Hagen hanno simboli di denaro (lo yen, l’euro) e sugli schermi video della reggia dei ghibicunghi circolano numeri e conteggi, simbolo del capitale finanziario…
La scena vede poi oltre alla presenza di un imponente coro di uomini e donne, anche macchine nuove, per esempio come la barca di Siegfrid.
Non mancano poi riferimenti a accadimenti contemporanei: il corteo funebre dell’eroe walside passando dalla platea è ammantato di un tessuto e ricorda vagamente il ricordo delle immagini di un funerale palestinese.
Dopo la conclusione dell’opera clima di festa con gli artisti tutti applauditi dai fiorentini e dalle numerosi giornalisti e inviati anche internazionali presenti per l’occasione.
Inoltre, ieri cadeva il 73° compleanno di Zubin Mehta e il maestro è stato giustamente festeggiato da coro, orchestra e pubblico.
In complesso uno degli spettacoli che più rappresentano l’eccellenza del Maggio, anche in tempi purtroppo in cui la cultura musicale nel nostro paese vive (ma spero proprio di sbagliarmi) il suo crepuscolo.

